Rugby Stories 6/6
UN COLPO IN CANNA
La partita, stavolta, la sentiva. Tensione, così come può sentirsi
un filo elettrico.
Pressione, così come può sentirsi il tappo di una bottiglia. Energia,
così come può sentirsi un giocatore da Cinque Nazioni, nel momento
in cui l'arbitro fa cenno di cominciare e l'apertura spara in cielo un drop
e l'avanti si getta alla conquista del primo pallone, del primo metro di terra,
del primo corpo d'abbattere.
La partita, stavolta, la sentiva. Non aveva ancora prove scientifiche né
tantomeno mediche o fisiologiche, ma prima o poi, chissà, sarebbero arrivate
anche quelle. Dunque: era convinto che ogni giocatore, a qualsiasi livello,
avesse comunque dentro di sé un certo numero di partite da giocare alla
grande, un certo numero di colpi in canna. Mettiamo una decina. Che poi disputasse
8 o 18 campionati, fa niente, dieci erano e dieci rimanevano quelle giornate
da incorniciare e poi raccontare ai nipotini. E stavolta, se lo sentiva, era
proprio una di quelle dieci partite.
Era su tutti i palloni, il primo a bloccare gli avversari, il primo a rialzarsi,
sostenere, lanciarsi, riproporsi, trascinare i compagni avanti, con un fiato
inesauribile, e senza sentire la fatica. Finché da una mischia ai cinque,
piegato a 90 gradi, in spinta, trattenne il pallone fra le gambe, respirò
profondamente, contrasse addominali e pettorali, in un certo istante raccolse
la palla, si proiettò oltre la linea e schiacciò in meta.
Quando aprì gli occhi erano le 7.30. Radio sveglia con il Gr2 del mattino.
Pensò ai dieci colpi in canna e gli rimase il dubbio se, con quel sogno,
non ne avesse per caso sprecato uno.
FRANCO L’ALLENATORE
Beppe, giocatore, a Franco, allenatore. "Senti, ti volevo dire, be', a
dire la verità te lo voglio ancora dire, che sono stato molto contento
di essere convocato in prima squadra, sai, è il sogno di tutti quelli
che giocano nel campionato riserve, e figurati poi come sono stato felice quando
hai comunicato la formazione, i quindici, e c'ero anch'io, insomma proprio un
bel riconoscimento a tutti i miei sforzi, perciò grazie mille, di cuore.
Però c'è una cosa che ti volevo dire, be', a dire la verità
te lo voglio ancora dire, che non mi sento troppo bene, anzi, non mi sento neanche
bene, è che ho un dolorino proprio qua dietro la coscia, non so cosa
sia, forse una contratturina, o magari uno stiramentino, e non vorrei che, giocandoci
su, possa peggiorare, sai, non c'è niente di più grave che fermarsi
poi per un mese perché da contratturina o stiramentino, quello che è,
diventi uno strappo, e poi per ricominciare, con questi muscoli è dura
e lunga e rischio di finire la stagione che non gioco neanche con le riserve.
E poi a parte il dolorino qua dietro alla coscia, forse devo aver preso anche
un colpo di freddo, perché mi si è chiuso lo stomaco e mi viene
quasi da vomitare, un senso di nausea e un filo di mal di testa, pensa te, faccio
fatica anche a respirare, e così fra stomaco, vomito, nausea, mal di
testa e difficoltà a respirare, insomma, non penso di poter fare una
gran partita, di essere all'altezza della situazione, e mi spiacerebbe, capisci,
proprio oggi che ho l'occasione di giocare in prima squadra". Franco, allenatore,
a Beppe, giocatore. "Ok, giochi".
TANTI A POCHI
Allora. La mischia è fatta. Le Tre Grazie in prima linea: Antonio e Mauro
piloni, Ugo tallonatore. Poi Ciccio e Matteo seconde linee. In terza mettiamo
Roccia e Filtro ali, e io - visto che non c'è nessun altro - terza centro.
In mediana i soliti due: Schizzo alla mischia, Piedone apertura. I problemi
stavolta sono nei trequarti. Fra settimane bianche, infortuni ed esami, rimangono
Enzino e Moquette, che giocheranno centri. Tenaglia estremo. Ci mancano due
ali".
Così ci disse l'allenatore. Era venerdì sera, eravamo ancora negli
spogliatoi, e la sola idea di andare in campo domenica in tredici, be', c'era
da vergognarsi.
Per carità, i tredici non erano mica male. Le Tre Grazie, se solo avessero
avuto l'audacia di guardarsi in uno specchio, avrebbero terrorizzato anche loro
stessi. Ciccio e Matteo erano grandi e grossi. Roccia e Filtro due certezze:
Roccia perché duro come un macigno, e Filtro perché nelle vene
aveva più alcol che sangue. E l'allenatore, le rare volte in cui giocava,
dava l'esempio a tutti. Marco detto Schizzo perché frenetico, e Vincenzo
detto Piedone perché calciava sempre, la sapevano lunga. Sergio detto
Moquette potente e peloso, Beppe detto Tenaglia un placcatore bestiale. Ma alle
ali?
La domenica giocarono Gigi il garzone e don Gino. Gigi si defilò subito,
all'ala, protetto dai peli di Moquette e coperto dai placcaggi di Tenaglia.
Don Gino invece ci prese gusto. Fiato ne aveva da vendere: un po' per via della
castità, suppongo, un po' perché mezz'ora di pallone al giorno
se la faceva sempre.
Perdemmo... tanti a pochi. Ma almeno eravamo in quindici.
FEDERICO L’ESTREMO
Federico alzò gli occhi al cielo. La vita con Giulia non era più
la stessa, le cose cambiano giorno dopo giorno ma lui, e soprattutto lei, se
n'erano accorti non giorno dopo giorno, ma un giorno, così, all'improvviso,
e quel giorno erano già lontani, il bivio era superato e loro non lo
avevano visto, adesso erano su due strade diverse, la sua in salita, quella
di Giulia chissà.
Federico alzò gli occhi al cielo. C'era la storia di Ciro, il loro bambino.
Tre anni, occhi neri, un caratterino. Però coccolone, imprevedibile,
e buono, buono come lo sono tutti i bambini, anche quelli che non si chiamano
Ciro, che non hanno tre anni, né gli occhi neri, né un caratterino.
Non se la sentiva di dire a Ciro come stavano le cose, troppo piccolo, forse
avrebbe reagito male, o forse aveva già capito tutto, perché i
bambini capiscono molto di più, e molto più in fretta dei grandi,
capiscono e stanno zitti, e aspettano, e sperano.
Federico alzò gli occhi al cielo. Si sentiva solo. Sapeva che non era
questione di un giorno o di un momento, sapeva di essere giù di corda
e che non rideva più di cuore da un sacco di tempo. Su un giornale aveva
letto che ridere fa bene a tutto, a cominciare dalla salute, rafforza le resistenze
immunitarie, meglio della vitamina C.
Federico alzò gli occhi al cielo e vide il cielo, azzurro come in alta
montagna, la scia bianca e diritta di un aereo, una nuvoletta bianca e rotonda,
la luna bianca perfettamente tagliata a metà, che strano, la luna e il
sole insieme. Poi vide la palla, alta, che scendeva. Poi vide un uomo che lo
placcava, duro, ai fianchi. Poi vide la palla schizzare sul campo, afferrata
da un altro uomo, che correva via, veloce, imprendibile, irraggiungibile.
Federico alzò gli occhi al cielo e vide sopra di sé gli occhi
silenziosi e interrogativi dei suoi compagni, quelli della mischia.
APPUNTAMENTO ALLE 8
Lunedì lungo lento, cioè un'ora e un quarto di corsa, sugli argini
del Piave, la sera, da solo. I primi dieci minuti sono i più duri, continuo
a chiedermi "ma chi me lo fa fare?", e so benissimo che a farmelo
fare è il rugby, la squadra, il mio posto in terza linea, terza ala per
la precisione, il ruolo più bello, e anche il più faticoso. Dieci
minuti in cui c'è da rompere il fiato, poi oltre alle gambe anche la
mente comincia a muoversi, a correre, a vagare. Alla fine sono fradicio, sudato,
la maglia da strizzare, ma mi sento bello carico. Martedì con la squadra:
due ore di allenamento, sul campo, prima il riscaldamento, poi allunghi progressioni
scatti e un esercizio che si chiama suicidio, perché si continua ad andare
avanti e indietro, al massimo, toccando tutte le righe del campo. Dopo fondamentali
con la palla, la mischia, la macchina della mischia. E alla fine partitella.
Mercoledì ancora con la squadra: due ore di allenamento, ma la seconda
ora è una partita vera, botte della madonna fra titolari e riserve, chi
ne esce vivo gioca la domenica, e alla fine tutti a bere birra, perché
è anche così che si fa una squadra.
Giovedì pesi. In palestra, da solo, una rottura di coglioni che non vi
dico, squat panca pressa addominali fino a vomitare, e la mente bloccata, il
solo pensiero è il rugby, la squadra, il mio posto in terza linea, terza
ala per la precisione.
Venerdì con la squadra. Riscaldamento, schemi, gioco a vuoto, opposizione
ragionata, defaticamento. Due ore. E una birra.
Oggi è sabato, e sono nervoso. Se domani mi spediscono ancora in panchina,
giuro che stavolta li mando tutti affanculo.
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