Rugby Stories 5/6


IL TERZO E IL QUARTO TEMPO

Prima il terzo tempo, quello ufficiale, nel nostro club: un bel boccale di birra alla spina e un piatto di spaghetti specialità della casa a tutti i giocatori della squadra avversaria, poi una cravatta all'allenatore, un libro sui cinquant'anni della società al presidente, il numero di telefono di Moquette all'avvenente fidanzata del mediano di apertura, nonché regalino finale - il solito - cioè una ruota sgonfiata al pullman tanto per far capire che la sconfitta non l'avevamo proprio mandata giù.
Poi il quarto tempo, cioè il nostro vero terzo tempo, sempre nel nostro club: un altro boccale di birra alla spina, via al piattone degli affettati con il premio Oscar per la migliore attrice non protagonista stavolta assegnata alla mortadella, e strage di arachidi, olive e cipolline sottaceto. Il massimo per scatenare immediatamente un attacco di acidità allo stomaco e un alito da omicidio di primo grado.
In questo clima, di solito, gli unici a sopravvivere eravamo proprio noi della squadra. Si commentava la partita. I preliminari erano sempre uguali: il pilone destro parlava solo con il pilone sinistro, e, ma non sempre, viceversa; le seconde linee, che passavano tutti gli ottanta minuti incastrati fra i culi della prima linea, si informavano come fosse andato l'incontro, perché quando si erano rialzate, avevano ormai perso tutte le mete; le terze linee parlavano, però male, dei trequarti, giudicati essere inferiori; il mediano di mischia parlava da solo; il mediano di apertura tentava di spiegare ai trequarti centro perché non aveva mai passato loro la palla; i trequarti centro mandavano affanculo il mediano di apertura; e l'estremo parlava solo con l'allenatore.
Esauriti i preliminari, ci si concentrò finalmente sulla partita. L'allenatore profferiva - a giudizio dei piloni - parole prive di senso: "Pressione", "Intensità", "Disponibilità". L'espressione "visione di gioco" fu interpretata, almeno dalle seconde linee, come una presa in giro. L'invito al "sostegno" non fu accolto, neanche con beneficio d'inventario, dalle terze linee, sempre più convinte a fondare una sorta di forza autonoma e indipendente all'interno della squadra. I soli ad ascoltare il commento dell'allenatore erano i trequarti, che non avevano nulla da perdere. D'altra parte, la loro sorte era già segnata nel nome: i trequarti, raccontano i vecchi santoni della palla ovale, si chiamano così perché passano i trequarti del tempo a guardare gli altri che giocano a rugby.

UN AMORE AL 50 PER CENTO

Quell'anno successe di tutto: cadde il Muro di Berlino, fu concepito il migliore assolo di chitarra blues per mano - mano lenta, "slow hand" - di Eric Clapton, i miei genitori divorziarono e io giocai la mia prima partita di rugby.
Avevo vent'anni, un'età in cui di solito non si comincia, ma si smette di giocare. Mi aveva tirato dentro mio fratello: "Vedrai, non c'è da guadagnare una lira, in compenso ti farai un gran male". "Magnifico - gli risposi - quand'è il primo allenamento?". Venivo da una storia d'amore andata male. Be', non proprio male, perché al 50 per cento funzionava benissimo, anzi, meglio di così non si poteva neanche immaginare. Solo che quel 50 per cento era esclusivamente la mia parte. Lei sapeva tutto del mio amore, apprezzava anche i miei sforzi, ma non ricambiava. Così tenni duro qualche mese, e alla fine mollai. Non lei, ma il mio 50 per cento. Metà settembre, giusto quei due o tre allenamenti per capire che la palla non era perfettamente rotonda, e anche che la testa di chi giocava a rugby non era perfettamente sana, e vai con l'amichevole. "Trequarti, così fai meno danni", mi disse l'allenatore. Una buona parola era sempre la benvenuta. "Però centro, perché non mi sembri tanto veloce", aggiunse. Come suol dirsi: una bella iniezione di fiducia.
Mi bastò un paio di azioni per capire che avrei dovuto far di tutto per togliermi dai trequarti: lì sarei potuto invecchiare senza vedere mai la palla. Se volevo giocare a rugby, era indispensabile corrompere qualcuno ed entrare in mischia. Ma almeno a quella partita mi sarei dovuto accontentare di assistere, se non altro senza pagare. Passai indenne il primo tempo e metà del secondo, finché il mediano di mischia non ebbe la pessima idea di aprire al mediano di apertura. E il mediano di apertura, probabilmente vittima di un abbaglio, mi passò la palla.
La sorpresa fu enorme, ma non abbastanza da farmi cadere la palla. L'afferrai ed ebbi la prontezza di spirito di cominciare a correre, forsennatamente, verso l'area di meta avversaria, fregandomi dell'altro centro che mi pregava di passargli la palla, mentre ormai fievoli arrivavano i lamenti dell'ala e dell'estremo. Correvo e correvo, e gli avversari li vedevo sfilare. Giunto nei 22 sentii distintamente l'urlo dell'allenatore: "Tira". Tira? Tirai. Cioè calciai. Calciai la palla nell'area di meta. Poi tentai di arrivarci sopra prima dell'estremo avversario, ma lui era più vicino alla palla e annullò.
Sentii distintamente l'urlo dell'allenatore: "Tirare vuol dire correre fino alla fine". Un attimo di silenzio. Poi ancora l'urlo. Che tutti, compresa la mia ex fidanzata al 50 per cento che abitava dall'altra parte della città, sentirono distintamente: "Pirla".

LA GELOSIA

Lo venne a sapere da altri. Guarda che tua moglie è gelosa. Ma va là, rispose. Figurarsi, pensò. Mia moglie gelosa. Ci mancherebbe altro. E poi di che, di chi?
Però a quel punto è fatta. La gelosia è una brutta malattia, lo sapeva, perché non passa più. Essere gelosi ti cambia la vita, ti fa venire un peso sullo stomaco che non passa più, ti fa sospettare anche delle persone più innocenti di questa terra.
Ma anche avere una moglie gelosa, insomma, ti fa mancare l'aria, come a essere sull'Annapurna.
Erano sposati da dieci anni, avevano una figlia di sei, e tutto andava benone. O almeno così credeva. Lui aveva il suo lavoro, lei pure, ciascuno aveva sviluppato una sua area autonoma, fatta di interessi non esclusivi, però particolari. E la porta - su questo era pronto a giurare - era sempre aperta. Tant'è vero che più volte, quando si poteva, le strade si erano incrociate. Senza contare la bambina, centro di tutte le loro attenzioni e coccole. "Di attenzioni e coccole", aveva spesso ammonito l'assistente sociale, "non si vizia mai nessuno, tantomeno un bambino". O una bambina.
Lui sapeva tutto di lei: il suo impiego part-time a scuola, il tè con le amiche, la passione per i mercatini, l'impegno con le associazioni di quartiere. Ma anche lei sapeva tutto di lui, perché lui raccontava, spiegava, descriveva, chiedeva anche consigli. Perché le aveva sempre riconosciuto di avere un bel colpo d'occhio, una bella dose di intuito: difficilmente lei si sbagliava in un giudizio a prima vista.
E' vero: ormai era un fatto acquisito che lui non ci fosse due, se non addirittura tre sere la settimana, e poi tornava tardi, mangiato e ben bevuto. Ed era diventato normale che non ci fosse neanche la domenica, anzi, una domenica sì e una domenica no stava via tutto il giorno. E che poi ricevesse e facesse tutte quelle telefonate, alcune di nascosto, tanto che aveva dovuto cedere all'acquisto di un telefonino. Proprio lui, che lo aveva sempre odiato. Ed è anche vero che certe volte si chiudeva in se stesso, oppure si estraniava completamente, come se la sua testa, e magari anche il suo cuore, fosse rapito in qualche altra parte del mondo.
Tutto vero. Però mai si sarebbe aspettato che lei diventasse gelosa della sua squadra di rugby.

 

BAMBINI E BAMBINE

Quando non sapeva cosa fare, Franco andava a vedere gli altri che si allenavano. Chiunque. Lui era sicuro che qualcosa di buono ci fosse sempre. Al massimo, pensava, bastava vedere certi errori per cercare di non commetterli. Quando era a casa, saliva in macchina e vagava finché da lontano non vedeva spuntare i pali, allora si metteva a bordo campo, qualche volta si sedeva nelle tribunette, e stava lì a guardare, a pensare, a ricordare e - quello che terrorizzava di più i suoi giocatori - a inventare.
Un pomeriggio assistette a una partita di under 14. Quell'età in cui convivono ragazzini con peli e brufoli, e bambini innocenti. I più pelosi e brufolosi stavano in mischia, i più innocenti all'ala. "Che ingiustizia", pensò, "certe differenze cominciano da subito". Poi si concentrò su un'aletta, magra però svelta e rapida, capelli a caschetto e calzettoni abbassati, "come Sivori", si ricordò, casacca bianconera, numero 10, figurina Panini, ce l'aveva.
L'aletta si agitava, chiedeva che le venisse passata la palla, ma quelli che giocavano in mischia non la mollavano mai, neanche quando avrebbero proprio dovuto farlo.
Il campo era pesante, gli ultimi giorni aveva piovuto, l'erba era sparita da un pezzo e aveva lasciato spazio a pozzangherone, dove l'aletta affondava fino alla caviglia.
L'allenatore interrompeva il gioco, chiamava tutti i minigiocatori intorno a sé, spiegava le cose che dovevano e non dovevano essere fatte. Franco notò che l'allenatore parlava a bassa voce e non diceva parolacce, e vide che ragazzini e bambini lo ascoltavano in silenzio, con attenzione. Pensò ai suoi, distratti, e pensò soprattutto a sé, urlante e sacramentante.
Riprese la partitella, la palla uscì da un ruffo, venne trasmessa per tutta la linea dei trequarti e finì fra le mani dell'aletta. "Finalmente", pensò Franco. L'aletta debordò verso la linea di touche, "Giusto" apprezzò Franco, tirò diritto con la palla nella mano sinistra e la destra a protezione, "Perfetto" giudicò Franco, evitò anche il disperato placcaggio dell'estremo ed entrò in area di meta. Pose la palla a terra ed esultò. Era una bambina.
"Che bello, il rugby", si disse Franco, "fino all'under 14 tutti insieme, maschi e femmine, ragazzini e ragazzine, bambini e bambine". Bambine? "Cristo, Viola". La sua bambina. Doveva andarla a prendere a scuola. Guardò l'orologio. Era già in ritardo di mezz'ora.

TUTTI I SANTI

Comunque andasse la partita, al ritorno, sul pullman, c'era la Messa. La Santa Messa. Officiava Filtro, che di volta in volta sceglieva due chierichetti.
Dopo il breve rito introduttivo, Filtro attaccava con la lettura dei sacri testi. Il primo era sempre lo stesso, un antico manuale del rugby, edito dalla Sperling & Kupfer, rinvenuto diciamo così, perché comprato forse è un verbo esagerato, su una bancarella dell'usato.
Autore: Armando Boscolo-Anzoletti. Seconda edizione completamente rifatta, anno 1951. Per esempio: "Il rugby si giuoca su di un terreno erboso le cui dimensioni non possono superare i limiti di metri 100 di lunghezza e 68 di larghezza, né essere inferiori rispettivamente a metri 95 e 66". Con la voce impostata, cantilenante e lamentosa sul finale delle parole alla fine di ciascuna frase. Cioè: "erbooosoooo" oppure "largheeezzaaaa" oppure "sessantaseeeeiii". E concludeva: "Amen".
Il secondo testo era una citazione. Una sola. Per esempio: "Da uno scritto di Dan Lyle, capitano della nazionale statunitense di rugby: 'Il rugby è uno sport vero. Niente caschi, niente armatura. Il football americano, in confronto, è un gioco all'acqua di rose'". E concludeva: "Amen".
Il terzo testo era "La Gazzetta dello Sport": il Vangelo da che mondo è mondo. Ogni volta un paragrafo della cronaca di una partita di serie A. E concludeva: "Amen".
La parte più attesa della Santa Messa era l'invocazione dei santi. Erano santi un po' particolari. Filtro aveva i suoi preferiti: "Sangria, protettrice dei piloni bevitori", "Sanguisuga, protettrice delle terze linee che non spingono in mischia", "Sandalo, protettore dei calciatori che non ne mettono dentro una", "Sanguinario, protettore delle terze che placcano", "Sandwich, protettore dei centri che amano la tavola", "Sambuca, protettrice delle ali ad alto spirito", "Sanagola, protettrice dell'allenatore". E alla fine: "Amen".

 

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