Rugby Stories 4/6
TONI IL PILONE
Toni, pilone, aveva imparato molto dal rugby. "La mia scuola è il
rugby", diceva, forse perché l'aveva letto nell'intervista di qualche
campione, magari Jonah Lomu. Oddio, se avesse dovuto metterlo su carta, forse
avrebbe scritto "La mia squola è il rugby", perché Toni
aveva frequentato molto di più i campi da rugby che non le aule scolastiche.
Per fortuna del rugby, e anche delle scuole.
Toni, pilone, grazie al rugby aveva imparato la geografia. Il capoluogo del
Lazio era Frascati, famosa per il vino di Frascati, la porchetta di Frascati,
le osterie di Frascati e ovviamente la squadra del Frascati. Però nel
Lazio c'erano anche Segni e Colleferro: Segni in cima a un colle, Colleferro
in pianura a dispetto del suo nome. Se fosse stato interrogato dalla professoressa
Mariani come in prima media - Toni non aveva ritenuto dignitoso insistere -
avrebbe spiegato che si trattava di due "importanti nodi ferroviari",
che forse non era vero, però gli sembrava comunque un'espressione perfetta
per un'interrogazione di geografia. Toni sapeva che Venezia era un posto vicino
a Mogliano, sapeva che c'era un paese che si chiamava Paese dove era nato il
modo di dire "Tutto il mondo è Paese" (però gli sembrava
esagerato che qualcuno, ogni tanto, dicesse "Paese di merda"), sapeva
che c'era una bella differenza fra Belluno e Montebelluna, soprattutto per via
delle seconde linee, che a Montebelluna erano gigantesche. Di Cogoleto, nonostante
una partita giocata là, avrebbe soltanto potuto dire che si trattava,
forse, di "un importante nodo ferroviario".
Toni, pilone, aveva imparato le scienze. Argilla, come il campo di Cecina: un
acquazzone ("un aqquazzone" avrebbe scritto) e ci si affondava come
nelle sabbie mobili. Calce, come le righe del campo di Firenze: una strisciata
e l'infezione era garantita al limone. Ferro, come le inferriate del campo di
Lumezzane, sradicate dai tifosi locali e brandite come se fossero le lance di
focosi cavalieri medievali.
Toni, pilone, aveva imparato che gli anni cominciano dal primo gennaio e finiscono
il trentun dicembre, ma quello che importa sono le stagioni, e le stagioni non
è vero che sono quattro, ma una sola, va da metà settembre circa
fino alla fine di maggio, e comprende tiepidi tramonti, piogge sferzanti, gelide
notti, timide schiarite, i primi caldi. Era raro che, in un'intera stagione,
saltasse un allenamento e tantomeno una partita. Fra una stagione e l'altra
c'era l'estate. Toni, pilone, aveva imparato a bere dai suoi compagni e a fumare
dai suoi compagni, e anche a fare l'amore. Non dai suoi compagni, ma da volenterose
e disponibili amiche dei suoi compagni. "Una volta", ricordava con
orgoglio, "anche in un importante nodo ferroviario".
UNA META IN TRASFERTA
Chissà se a forza di legnate oppure per pura convinzione, Montagna -
di cognome e di fatto - si identificava completamente in un giocatore di rugby.
Dire, fare, baciare, lettera e testamento. Sul campo non era affatto male: seconda
linea, orecchie a cavolfiore causa sfregamenti con i fianchi delle Tre Grazie
in prima linea, la partita per lui consisteva esclusivamente nel passare da
una mischia all'altra. Scendere, spingere e poi risalire, orientarsi nel fango,
corricchiare verso il nuovo ruffo che si era formato magari dall'altra parte
del campo. All'inizio corricchiava, ma alla fine, almeno certe volte, pascolava.
Un po' per troppo poco fiato, un po' per troppe tante legnate. Poi, meglio se
davanti a una birra, si faceva raccontare com'era andata, le mete, l'arbitro,
quelle pippe dei trequarti, e l'inevitabile finale era "siamo solo noi
avanti che qui giochiamo a rugby".
Montagna si esprimeva a suon di rugby. Una normalissima frase tipo "è
tardi, devo andare a casa", si trasformava in "siamo nei minuti di
recupero, fra poco rientro negli spogliatoi". E poi "devo andare ad
allenarmi presto" significava "devo andare a lavorare presto",
"oggi mi sento up and under" voleva dire "oggi mi sento su e
giù" ma anche "sottosopra". I sogni non li realizzava,
ma li "trasformava". E "l'intervallo" era, a seconda dell'orario,
la colazione, il pranzo o la cena. Ma il meglio lo dava quando faceva il resoconto
delle sue avventure sessuali. Premessa: consapevole dei propri limiti, puntava
sulle medio-racchie, lui le chiamava "panchinare", anche se non disdegnava
di "valorizzare qualche elemento del settore giovanile", detto anche
"vivaio".
Dunque. Di solito nel "riscaldamento", cioè nei preliminari,
era piuttosto veloce, perché lui preferiva andare subito al sodo.
Prediligeva il gioco "alla mano", dalla "mischia chiusa"
in un attimo passava alla "mischia aperta", conquistava "la linea
del vantaggio", poi faceva un po' di "dentro e fuori", andava
via "in penetrazione", "legavo e spingevo", e - di solito
con un'azione avventata - andava "in meta". Se era in giornata sì,
Montagna era in grado di passare felicemente dalla "prima fase" alla
"seconda fase", e una volta, ma soltanto una, gli era capitato anche
di arrivare alla "terza fase".
Statistiche alla mano, di solito vinceva in casa. "Però il massimo",
ammetteva quando era in vena di confidenze, "è andare in meta in
trasferta".
"Lasciatemelo dire", dichiarava solennemente al terzo boccale, certo
di essere il Jonah Lomu del Kamasutra, "il mio è vero rugby champagne".
RUSSAVA COME UN TRENO
Le trasferte cominciavano il sabato mattina con il presidente che telefonava
a quei sette-otto a cui - come per una prova generale del "millennium bug"
- non aveva funzionato la sveglia. Le trasferte proseguivano con il felino e
il prosecco estratti dalla borsa di Filtro, una borsa identica alle altre eppure
capace di tutto, come le braghe di Eta Beta. E finivano con la divisione delle
camere nell'alberghetto fuori mano individuato dal presidente. Stanze da due
o da tre, meglio da tre perché costavano meno: a pensarci adesso, il
professore non poteva che fare così.
Il panico arrivava quando, esaurite le coppie (mediani di mischia e apertura)
o i trii fissi (le Tre Grazie della prima linea), rimaneva da dividere la camera
con l'allenatore. Motivo: Franco russava. Be', russava è dir poco. Al
quarto anno della sua era, si era potuto classificare l'emissione sonora con
nomi di fantasia supportati però da un rigore quasi scientifico.
Innanzitutto c'era il Mississippi Blues, autore della definizione Federico,
appassionato collezionista di dischi di Muddy Waters, John Lee Hooker e roba
del genere. Mississippi Blues stava a indicare il rumore di un treno, uno di
quelli a vapore che portavano i negri che lavoravano nelle piantagioni di cotone
del Sud nelle grandi città del Nord. E come un treno a vapore Franco
cominciava a mettersi in moto divaricando le narici, gonfiando il petto, torturando
le guance, richiamando dai meandri delle sue vie aeree inferiori, mediane e
superiori la potenza del suo formidabile motore a scoppio, e mettendo a repentaglio
l'incolumità dei vetri. Una volta messo in moto, il treno a vapore assumeva
un'andatura tranquilla e regolare, conciliante anche il sonno se non fosse stato
per qualche improvviso ululato, come se all'orizzonte fossero spuntati i copricapi
pennuti dei bellicosi Sioux.
La seconda versione era stata battezzata Lotus, per via dell'amore di Giorgio
per la storica Formula 1 di Jim Clark. Lotus stava a indicare l'assordante ruggito
del bolide lanciato a 300 all'ora nel passaggio davanti alle tribune. Un ruggito
che si annunciava dalla Parabolica, ma che scoppiava all'improvviso, e poi si
dileguava, forse già alla prima variante. Convinto che fosse proprio
la reincarnazione della Lotus di Jim Clark, Giorgio prendeva i tempi fra un
ruggito e l'altro, e commentava la bontà della prestazione, l'affidabilità
del motore, la giusta scelta delle ruote.
Il terzo tipo si chiamava Rombo di Tuono. Proprio come Gianni Brera aveva soprannominato
Gigi Riva. Solo che qui si trattava come di un temporale estivo imprevisto,
neppure annunciato da un lampo, e quindi ancora più sorprendente e, in
certi casi, terrorizzante.
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