Rugby Stories 3/6

 

BAGNI, GABINETTI E CESSI


Conosceva gabinetti e cessi di tutta la serie B e C, e adesso qualcuno anche della serie A. Sapeva se avevano l'asse o se erano alla turca, se erano dotati di bidet o di lavandino, se c'era la carta igienica o se bisognava accontentarsi della carta dei giornali, se erano pericolosamente chiusi o se c'era una fessura per non morire di asfissia. Sapeva anche se ce n'erano di alternativi: perché quelli nello spogliatoio inquinavano l'aria per un paio di giorni; invece quelli nel bar, di solito più puliti, una volta lasciato il souvenir, affari loro.
Roccia era grande e grosso, ma debole di pancia. L'emozione. La faceva la mattina (bagno), appena sveglio, come peraltro in qualsiasi altro giorno dell'anno. Se si giocava in casa, la faceva appena arrivato all'appuntamento in sede (gabinetto), e poi un'ultima, definitiva scarichetta appena arrivato al campo (cesso). Poi era perfetto. Cominciava la partita asciutto come un'acciuga. Per la successiva doveva aspettare il martedì. Mattina, naturalmente. Invece, se si giocava in trasferta, era un po' più complicato. Perché dopo averla fatta la mattina (bagno), appena sveglio, c'era tutto il viaggio in pullman da sostenere. Gli autogrill (gabinetto) non erano male, come aveva sperimentato più volte, ma c'era il solito problema della custode-inserviente, con il cestino in cui raccoglieva le offerte. Pagare per farla, non gli andava. Ma aveva escogitato un semplice stratagemma: non passava mai da solo davanti alla custode-inserviente, ma in compagnia di qualcun altro, gli si metteva di fianco, dall'altra parte rispetto al cestino, e sgattaiolava via. Poi, arrivato al campo, senza neanche tanti preliminari, si dirigeva nel cesso e si liberava. Una volta di sicuro.
Qualche volta anche due.
L'esperienza gli aveva insegnato a dotarsi, per le trasferte, di un piccolo sacchetto, in cui mettere un po' di carta igienica e un saponcino di quelli fregati negli alberghi. Non si sa mai. Rimboccati i pantaloni, o si sedeva o si metteva in posizione a uovo tipo discesa libera. Se si sedeva, o fasciava l'asse con la carta igienica oppure si fidava e via. Certo, la lettura di un giornale avrebbe facilitato non tanto l'evacuazione, immediata, a volte incontenibile, ma quel senso di benessere post-operazione. Pagina preferita: spettacoli. Più precisamente: i cinema. Tanto non ci sarebbe mai andato, ma lo rilassava immaginare di poter scegliere fra un multisala, un d'essai e perfino un parrocchiale. Solo a quel punto, scelto film e sala, Roccia era pronto, fisicamente pronto, mentalmente pronto, perfettamente pronto a entrare in campo.

 

UN GIOCO INFALLIBILE


Avevamo un gioco infallibile. Mischia ai cinque, nostra introduzione, Montagna si schierava fra i trequarti, in terza andava un centro, il più grosso che ci fosse. Se la palla usciva dalla nostra parte, meglio se in fretta e pulita (caso più unico che raro), veniva passata immediatamente dal mediano di mischia a Montagna. Montagna non doveva fare altro che lanciarsi a tutta velocità, conquistare quegli stramaledettissimi cinque metri di terra, e depositare la palla in meta. Una volta a partita, andava proprio così. Come avesse fatto a costruirsi quella carrozzeria da Range Rover - un armadio a due ante, con dei polpacci di dimensioni drammatiche - è un mistero. Montagna andava ogni tanto in palestra, ma era più il tempo che passava con il padrone a chiacchierare del più e del meno, che non a sollevare manubri e bilancieri. Di allenamenti ne faceva uno la settimana, o il mercoledì o il venerdì, e spesso si lamentava per raffreddore, febbriciattola e una tosse da tumore ai polmoni allo stato terminale. Vita da atleta zero, anzi, meno dieci.
Perché faceva esattamente il contrario di quello che l'allenatore predicava: vino, birra, coca cola fino a riempirsi, mastelli di spaghetti, esagerazione di carne, strage di noccioline, sigarette prima durante e dopo i pasti, caffè ammazzacaffè e "un uischetto" per concludere in bellezza. Salvo poi ficcarsi due dita in gola per liberare l'antro prima di entrare in campo. Anche sul campo faceva tutto quello che non avrebbe dovuto fare: si cambiava fumando, non si riscaldava, con gli anni aveva soltanto imparato a spalmarsi le sopracciglia di vaselina, perché al profilo ci teneva. Poi, però, era una furia.
Nonostante i 105 chili in espansione, Montagna era tremendamente veloce, almeno per i primi dieci metri. Chi tentava di placcarlo, rimbalzava indietro. Oppure si abbarbicava ai suoi immensi polpacci e veniva trascinato in area di meta. La cosa più stupefacente era come le squadre avversarie non riuscissero ad arginare questi sfondamenti. D'accordo che le nostre partite non erano roba da televisione, ma un certo passaparola esisteva. Invece niente. Mischia ai cinque, nostra introduzione, palla a Montagna, linea del vantaggio, mediani e terze abbarbicati ai polpacci, e meta.


ZERO A ZERO


La madre di tutte le partite la giocammo a Verona. Vento, pioggia, freddo, il ciclone delle Azzorre, moto ondoso in aumento, mancava solo un colonnello dell'aeronautica ed erano le previsioni del tempo dal vivo. Non che il Verona fosse uno squadrone, ma per quello neanche noi. Il riscaldamento, in modo da poter essere un autentico riscaldamento, fu fatto nello spogliatoio. All'inizio vicino all'unico calorifero, poi corricchiando sul posto senza scarpe, altrimenti c'era il rischio di scivolare e rovinarsi ancora prima di affrontare gli avversari. Poi uno vicino all'altro, e uno addosso all'altro, e uno sopra e l'altro sotto, tipo lotta greco-romana, per entrare in clima. Poi nuotando a secco: braccia a stile libero, dorso e delfino, con sprint finale contando, tutti insieme, fino a dieci. Alla fine di nuovo corricchiando sul posto, con tanto di tacchetti, una colonna sonora mista di tip tap, flamenco, ippodromo e il western "Rio Bravo". Neanche il tempo di arrivare a centrocampo per i preliminari, ed erano già conciate anche le ali, che di solito riuscivano a mantenersi che più pulito non si può. Poi, complice il ciclone delle Azzorre e il pacchetto di mischia del Verona, si attuò la consueta prudente partita che si giocava in trasferta. Calci di liberazione quando si era in affanno, calci di spostamento quando le terze lasciavano la possibilità di tirare su la testa, e poi gioco sporco, un po' sempre per via dell'anticiclone, un po' per non subire troppo le loro iniziative. Zero a zero alla fine del primo tempo senza superare la metà campo: non proprio un figurone, ma comunque quasi un record. Il tempo di mandare giù il tè caldo e tornare a soffrire. Secondo tempo con lo stesso copione. Solo che i calci di liberazione cominciavano ad essere più frequenti di quelli di spostamento.
Preferenza del "corto ma sicuro" rispetto al "lungo ma incerto". Abuso del "mark". Finché la possibilità di strappare un pareggio apparve sempre più concreta. Allora sulle mischie chiuse si temporeggiava prima di prendere la posizione giusta, su quelle vinte si cercava di tenere la palla dentro il più possibile, su quelle perse si faceva girare la mischia o si evitava perlomeno di andare in fuorigioco, sulle touche come andava andava, poi calcioni per riconquistare terreno e trequarti veloci a montare, anche per far circolare un po' di sangue negli alluci gelati. Tattica perfetta. Fino all'ultimo minuto, quando sull'ennesimo calcione, con i trequarti veloci a montare anche per far circolare un po' di sangue negli alluci gelati, all'estremo del Verona la palla-saponetta sfuggì dalle mani e schizzò in una pozzanghera che si poteva già classificare come laghetto alpino, da qui calciata in area di meta da Moquette e in area di meta da Moquette raggiunta e schiacciata. L'arbitro non se la sentì di concedere la meta, e noi, per la prima e unica volta nella storia della società, non protestammo. Finì zero a zero, e lo festeggiammo con un assalto all'autogrill.

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