Rugby Stories 2/6
LA META DI MAX
"Rugby?".
"Sì".
"Rugby quello che poi ci si sporca tutti, ci s'infanga tutti?".
"Sì".
"Rugby quello che ci si mena tutti?".
"Sì, e allora?".
"Niente, dicevo per dire", sillaba ammosciandosi. E i malcapitati
interlocutori si allontanavano, sentendosi minacciati dall'aggressività
di quell'"allora".
Perché Franco mangiava rugby, meglio se sotto forma di spaghetti all'amatriciana
e spiedini, beveva rugby, meglio se sotto liquido di birra rossa, respirava
rugby, e qui ballava fra quel misto di sudore canforato dello spogliatoio e
quel misto di terra e nebbia del campo, leggeva rugby, poco, viveva rugby, sempre.
E se qualcuno gli toccava il rugby, guai. Era un fatto personale. Di più.
Si sentiva parte di un progetto, di una filosofia, di un movimento, anche di
un popolo. Con tutti gli ideali e i valori tramandati dalla tradizione. Però
non poteva rispondere di tutto quello che succedeva nel mondo del rugby.
"Rugby?", chiedeva un ignaro interlocutore.
"Sì", detto forte e chiaro, tipo proiettile.
"Rugby quello che poi ci si sporca tutti, ci s'infanga tutti, ci si mena
tutti?", rincarava quello.
"Sì".
"Rugby quello che una volta hanno morsicato un orecchio?".
Franco, che già mostrava i canini, fu trattenuto a stento dall'azzannarlo.
Però, una volta, "Rugby?".
"Sì".
"Rugby quello che...".
"Ci si sporca, ci s'infanga, ci si mena, e allora?".
"Bello, mi piace, se potessi fare un allenamento...".
Franco passò a prenderlo a casa, lo portò al campo, gli regalò
una maglia a strisce. Quel ragazzo aveva delle qualità: tanto per cominciare,
faceva i 100 metri in 11 secondi netti. Il tesserino fu pronto a tempo di record,
Max - così si chiamava - giocò la domenica con le riserve e segnò
una meta partendo dai 22.
IL TUTTOFARE
Per anni la domenica, in casa, abbiamo giocato nell'orario più stupido
che ci fosse: mezzogiorno e mezzo. Fai quaranta minuti il primo tempo, cinque
di intervallo, altri quaranta il secondo tempo, alle 2 grazie a dio era tutto
finito. Il tempo di fare la doccia e salire in tribuna, sui gradoni, per vedere
il successivo incontro, però di serie A, alle 2 e mezzo. La partita a
mezzogiorno e mezzo era stupida perché ti sballava tutti gli orari: ti
dovevi svegliare abbastanza presto per dover mangiare abbastanza tanto e poter
digerire abbastanza in tempo per scendere in campo abbastanza in forma. Invece,
se privilegiavi il sonno, saltavi colazione e pranzo; se privilegiavi colazione
o pranzo, poi ti rimaneva tutto sullo stomaco. Qualunque scelta fosse fatta,
andava a finire che sullo stomaco ti rimaneva la partita. Più per abitudine
che per un reale sentimento di affetto e amicizia, anche sui gradoni noi rimanevamo
uniti, quasi attaccati. C'era il vantaggio di combattere il freddo. Dopo una
partita, ovviamente d'inverno, ma capitava anche in autunno e primavera, si
pativa un gran freddo. Sarà stata la notte travagliata, la colazione
indigesta o il pranzo saltato, saranno state tutte quelle botte prese senza
un serio motivo, o forse il campo ridotto a una risaia. Ma il freddo entrava
nelle ossa e non c'era eskimo, non c'era giubbotto o, più tardi, ma già
in serie A, un piumino sponsorizzato capace di regalare una temperatura umana.
Poi non saprei dire se quelle partite di serie A davano qualche emozione. Così,
a memoria, direi proprio di no. Certo, il livello era più alto, anzi,
a essere onesti, meno basso del nostro. I piloni più brutti. Le seconde
più alte. Le terze più pelose. Le maglie più belle. Le
squadre avevano al seguito anche qualche donna, mogli e fidanzate di giocatori,
che però lo stesso Enzino si guardava dal broccolare. Sempre per via
delle legnate, o della crisi di fame e di freddo, si faceva fatica anche a seguire
il punteggio. Colpa del tabellone dove si segnava il punteggio, tutta roba a
mano, sistemato senza alcuna ragione dall'altra parte del campo rispetto alle
tribune. Situazione decisamente complicata se poi il segnapunti era costretto,
per mancanza di volontari, a fare contemporaneamente il guardalinee, all'occorrenza
il massaggiatore e, disgraziatamente per il ferito, anche il medico.
IL GIURAMENTO DI MAURO
Mauro non aveva mai fatto una meta. Non è la fine del mondo, questo no,
almeno per uno che gioca a tennis o a golf o anche a calcio. Ma per chi gioca
a rugby, non aver mai fatto una meta non è esattamente il massimo della
vita. Non che fosse una pippa, tutt'altro. Ma un po' per il ruolo (seconda linea),
un po' per sfortuna, un po' perché così vanno le cose, non aveva
mai fatto una meta. Tuttavia ci era andato vicino. Una volta però gli
avevano fischiato un avanti inesistente, un'altra volta l'arbitro aveva ignorato
il vantaggio e fischiato una mischia a favore, un'altra ancora - e questa proprio
non gli era andata giù - per l'arbitro la partita era appena terminata,
anche se da pochi istanti. "La prima meta che faccio", disse Mauro,
"e che mi danno", si affrettò a precisare, "giuro che
smetto". Coro della squadra: "E la madonna!". La storia finì
lì. Perché di giuramenti dieci se ne fanno e nove si dimenticano.
E perché di mete Mauro non ne segnò neanche una. Anzi, a ben vedere,
quasi non ci provava neanche più. La sua verginità in area di
meta avversaria era così solida e consolidata, che Mauro aveva arricchito
il suo scarno repertorio tecnico di seconda linea con una gestualità,
per esempio nei passaggi, degna di un trequarti centro. Era forse l'unico del
pacchetto di mischia a saper trasmettere la palla ricevendola e passandola tenendo
lo stesso piede in appoggio. In una partita con il Benevento si era addirittura
concesso il lusso di passare la palla con lo schiaffetto. Finché durante
una partita con la Lazio, ripartendo da una mischia aperta, Mauro fece per passare
la palla al mediano di mischia, allungò le braccia verso sinistra, poi
le riportò aderenti al corpo, ma tenendo il pallone stretto al petto.
L'avversario aveva abboccato alla finta, era andato sicuro sul mediano e aveva
lasciato libero un corridoio che portò Mauro, diritto diritto, in meta.
Mauro posò la palla a terra e tornò a metà campo, come
stranito. Poi fu di parola. Finita quella partita, non lo vedemmo più.
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