Rugby Stories 1/6
DAVANTI A S. PIETRO
"E tu, che cos'hai fatto nella vita?".
"San Pietro, lei lo sa. Ho fatto del bene e anche del male, ma il male
l'ho fatto senza volerlo. Voglio dire, ho sbagliato, ho peccato, ho disubbidito.
Fin da bambino".
"Pentito?".
"Sì, san Pietro, lei lo sa. Sono cose che capitano, e finché
uno non ci sbatte la testa, non cambia idea. Mi dispiace per i miei genitori:
non meritavano di soffrire. Mi dispiace per i miei amici: qualche volta ho tradito
la loro fiducia. E mi dispiace per alcune donne, si aspettavano di più
da me. Ma è che non si finisce mai di imparare, cioè di sbagliare".
"E poi?".
"Poi, però, mi sono divertito, e di questo vorrei anche ringraziarla.
Se non lo faccio adesso, ho paura che non lo farò mai più".
"Di che cosa mi vuoi ringraziare?".
"Un concerto di Muddy Waters, lei lo sa, un bluesman. Eravamo andati a
Torino, e Muddy Waters aveva Pinetop Perkins al piano e Bob Margolin alla chitarra
e Luther Johnson Jr. alla chitarra e Calvin Jones al basso e Willie Big Eyes
Smith alla batteria e Jerry Portnoy all'armonica".
"Nient'altro?".
"Una partita di rugby. A Villorba. Giocavo terza linea. Perso, ma alla
fine uno dei fratelli Francescato mi ha fatto i complimenti".
"Va bene, figliolo. Hai sbagliato, hai peccato, ti sei anche divertito,
ma soprattutto sei stato un rugbista. Una terza. Per me puoi andare in paradiso".
LA SECONDA
Le riserve si sentivano abbandonate da Dio, e questa non è una novità
per nessuno, ma quello che più bruciava è che si sentivano abbandonate
anche dall'allenatore e dai dirigenti. Dopo il riscaldamento, che si faceva
tutti insieme, Franco divideva i giocatori in due formazioni: da una parte la
prima squadra, dall'altra la seconda. Poi lui si prendeva cura degli avanti,
i trequarti li lasciava agli ordini di Moquette, la seconda squadra si doveva
arrangiare. Così. La prima iniziativa era quella di fare una breve sosta
per andare a bere. Tutti entravano nello spogliatoio, qualcuno non ne usciva
e, già che c'era, tanto valeva fare la doccia, ancora bella calda. "Beati
i primi", avevamo composto anche una ballata sull'aria di una canzone dei
Police, perché poi l'acqua calda finiva e chi si allenava di più
veniva premiato con una bella doccia fredda. La seconda idea era quella di provare
i giochi: velocità da moviola, e di solito neanche in allenamento, pur
con il massimo impegno, il pallone riusciva ad arrivare all'ala. Figurarsi in
partita. La terza regola era quella di accusare infortuni, meglio se leggeri,
oppure ricordarsi di improvvisi appuntamenti, peraltro irrinunciabili, oppure
fermarsi dichiarando di essere... "in riserva". L'importante era comunque
evitare la partitella contro la prima squadra. "Ché tanto - diceva
Gigi, mediano di apertura - noi in prima non ci andremo mai". Non solo.
Com'è, come non è, le riserve potevano fare solo opposizione ragionata,
cioè senza placcare. "Risparmiamoci, ché siamo contati",
ammoniva Franco. Invece quelli della prima si accanivano su quelli della seconda,
andando giù duri. "Eccheccazzo", sbuffava Tenaglia, andandosene
anche lui, per protesta, nello spogliatoio. Finché nel momento in cui
Franco si ricordava delle riserve per fare un minimo di opposizione, la ritirata
si era già compiuta. La domenica la seconda aveva comunque il suo campionato.
Sapendo che lo stile di vita dei suoi componenti storici si basava sul perfetto
matrimonio di fumo, alcol, tagliatelle e sesso estremo, certe vittorie valevano
il Cinque Nazioni.
IL LANCIO DELLA MONETINA
A questa storia o si crede o non si crede. Perché è strana. Però
io ci credo, perché me l'ha raccontata Michè, mediano di mischia
nonché capitano squadra riserve, e Michè è uno che non
raccontava bugie, neppure alla sua fidanzata. Partita. Squadre in campo. L'arbitro
fa cenno di andare a centrocampo. I due capitani davanti alle loro squadre,
le squadre in fila indiana, il pallone che passa da un giocatore di una squadra
a un giocatore dell'altra, indietro.
L'ultima lo passa all'arbitro, in avanti, ma il gioco è fermo, l'arbitro
non fischia. Poi l'arbitro fischia: le due squadre salutano il pubblico, che
non c'è, fa niente, poi si voltano dall'altra parte, salutano il pubblico,
che non c'è, però c'è un treno che passa, così sembra
che salutino i passeggeri, che ricambiano con pernacchie e parolacce. L'arbitro
ha di fianco a sé i due capitani. Uno è Michè, appunto.
Prende dal taschino una moneta da 100 lire.
Testa o croce?, chiede. Michè sceglie testa. L'arbitro lancia la moneta
in aria, la moneta ricade a terra, e rimane verticale. Perfettamente in equilibrio,
ma verticale. E' questo il momento decisivo. Michè giura che in quel
preciso istante succedono due cose: una bella e l'altra brutta. La bella: Michè
riesce a leggere il pensiero dell'arbitro e dell'altro capitano. La brutta:
l'arbitro e l'altro capitano riescono a leggere il suo pensiero. Michè
ha uno sprazzo geniale, cosa che sul campo non gli succede mai. Pensa: che fortuna
avere un arbitro così bravo. E poi: oggi dobbiamo giocare solo con i
trequarti. Poi l'arbitro raccoglie la moneta da 100 lire, la rilancia in alto,
la moneta ricade a terra, e stavolta esce testa. Campo, palla, drop e via. Per
farla breve. Gli altri giocano solo sui nostri avanti, e i nostri avanti sono
nettamente superiori. E l'arbitro, in alcune situazioni, ci dà anche
una mano. Finisce 14 a 12: due mete trasformate per noi, quattro calci per fuorigioco
macroscopici per loro.
MAI DURANTE LA PARTITA
Aveva i suoi bei sani principi. Mai farlo prima della partita, o meglio, mai
subito prima della partita. Mai farlo dopo la partita, o meglio, mai subito
dopo la partita. E, soprattutto, mai farlo durante la partita.
I suoi bei sani principi Gigi, mediano di apertura, però fra le riserve,
li proclamava sempre. Li declamava con ardore e convinzione. Sinceramente. "L'amore
è una gran cosa", giurava, "ma un minimo di vita da atleta,
anche al nostro livello, è indispensabile". La realtà, però,
era un'altra. Perché per il genere femminile Gigi aveva proprio un debole,
e perdeva il senso della misura, dello spazio e anche del tempo.
Così certe avventure si prolungavano dal sabato sera alla domenica mattina,
oppure anticipavano la domenica sera anziché il lunedì mattina.
"Viaggiavo con un altro fuso orario", spiegava. "Guarda che il
fuso sei tu", lo rincuorava Gino. Così, perdendo il senso del tempo,
Gigi trasgrediva i suoi bei sani principi. Almeno quelli del "prima"
e del "dopo". Ma mai quello del "durante". Non era facile,
ma neanche impossibile. Tanto che un giorno lo abbiamo messo alla prova.
Di solito, fra il primo e il secondo tempo, si stava cinque minuti vicino alla
panchina per rifiatare, bere il tè e guardare le gambe delle ragazze
sedute in tribuna. Quella domenica, invece, siamo ritornati nello spogliatoio.
E nello spogliatoio c'era la Luisa, amica del Gino, professione mai approfondita,
probabilmente quella lì, quella storica. Ovviamente Gigi era stato fatto
entrare nello spogliatoio per primo, e subito dopo la porta era stata chiusa.
Be', socchiusa.
Gigi fu abbastanza veloce. Rientrò in campo al quinto minuto della ripresa.
Tranquillo, rilassato, con un sorriso ebete stampato in faccia.